11 – Rena: Lettera 7, Falesie incise, Notte della luna dei fiori


Maestro mio,

la mia ultima dev’essersi persa, portata lontano da un merlo dispettoso! Forse è meglio così. Forse quello del merlo era un gentile rimprovero a non indugiare troppo nel passato, proprio come il tuo. Meglio scriverti adesso che la primavera porta i primi venti caldi, per soffiare via i pensieri. Spero che la bella stagione ti abbia colto bene, pastore della valle.

Non ho mai visto la Basilica, ma una volta un pellegrino si è unito alla nostra carovana dopo averla visitata. Era un poeta e non faceva che cantare rapito del suono delle campane, delle nubi d’incenso, delle vene di luce nelle sue fondamenta. Sembrava un luogo irreale, a sentir lui… Ma in fondo un luogo che è riuscito a rapirti, tanto da intrappolarti come spettro anche mentre ammiri il Tempio dei Vetri Infranti, dev’essere davvero straordinario.

Non ti avrei detto tipo da opere incompiute, sai? In bottega non hai mai tralasciato un rimbrotto per un lavoro trascurato… Quale impresa può essere così titanica da scoraggiare il meticoloso Aliseo?

Ricambio uno scorcio con uno scorcio. Quello che ho visto quando ho raggiunto le falesie, dal ponte della Picco, con le dita incrociate perché il nome non diventi un presagio.

Vi sono giunta più tardi di quanto avrei voluto: dopo la mia tappa al caravanserraglio ho lottato con più di una corrente avversa. Chiunque si stupisca degli uomini che sanno afferrare i nembi non ha mai operato una caravella, Aliseo, altrimenti si sarebbe accorto di quanto sa essere solido il vento quando s’infrange sulle vele. Governare quest’affare non è semplice!

Sto cercando i tuoi danzatori delle nubi, adesso. Dal villaggio sulla costa al cui lungigrafo mi sto affidando mi hanno detto di guardare tra le risaie delle Falesie incise, così è qui che mi dirigo. Ancora più a sud, seguendo il promontorio e cercando di scovare uomini in volo come uccelli.

All’alba qui tutto ha le sfumature dell’usignolo di cristallo. Lo puoi vedere tu stesso, nel mio schizzo. Sembra quasi che per crearlo qualcuno abbia cristallizzato un pezzettino di questo paesaggio e gli abbia dato forma nella fornace.

L’usignolo è ancora con me, a proposito. Gli ho dato casa nella serra: niente mura di specchi studiate per tenerlo in trappola, ma vetro trasparente per guardare il mondo fuori. E se volesse uscire gli basterebbe cinguettare. Ma per ora è testimone silenzioso della mia nostalgia, l’unico, almeno finché un volatore curioso non si accosterà alla Picco per salutare. Tu lo faresti?

Mandami un altro disegno, se ne hai. O soddisfa un’apprendista curiosa e dimmi cosa c’era in quel baule. E se il merlo messaggero si fa vedere alla tua finestra, caccialo via e getta quella sciocca lettera.

Rena e l’usignolo

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