L’Alchimia ne “L’Opera al Nero”


L’alchimia è una disciplina che raccoglie una serie di pratiche e speculazioni relative alla trasmutazione dei metalli. Uno degli obiettivi dell’alchimia è la Grande Opera, tradizionalmente la sintesi della Pietra Filosofale che permette la trasmutazione dei metalli, soprattutto quelli “vili” come il piombo, in metalli “nobili” come l’argento e l’oro. Un altro obiettivo classico dell’alchimia è la ricerca della Panacea, la medicina universale, e il prolungamento della vita attraverso l’Elisir di Lunga Vita.

Paysage d’hiver avec trappe aux oiseaux, Huile sur bois, Pieter Bruegel II (c.1564/1565 - 1636) © Bart Huysmans et Michel Wuyts/Anvers, musée Mayer van den Bergh.
Paesaggio d’inverno con trappola per uccelli, Olio su legno, Pieter Bruegel II (c.1564/1565 – 1636)
© Bart Huysmans e Michel Wuyts/Anvers, museo Mayer van den Bergh.

Questo si riflette nello specchio della nostra coscienza collettiva. Non è possibile contraddirlo, perché la superficialità non è garanzia di errore. E gli stessi filosofi affermano che la coscienza è una superficie. In superficie, poi, l’alchimia forma un’amalgama di simboli oscuri e contorti, associando Nicolas Flamel alla pietra filosofale, combinando il mercurio con l’oro trasmutato. Questo è innegabile. Eppure può essere applicato a molto più che ricette o meraviglie di laboratorio. Il termine “Alchimia” nel suo significato comune significa padronanza dell’equilibrio e la sua etimologia, āl-kymyā, si riferisce alla scienza delle quantità. Così Marguerite da Yourcenar offre nei suoi scritti la propria definizione di alchimia: la storia di una nascita, di un’esistenza e di una morte che insieme formano una visione singolare della vita.

Unum sum et multi in me, dice Zenone il Filosofo. La cosa straordinaria dell’esperienza dell’arte è che ci permette di confrontare la realtà di un artista con la nostra, e le possibili interpretazioni della stessa opera sono tanto varie quanto gli individui stessi. L’Opera al nero è caratterizzata da un elevato numero di livelli di lettura: scientifico, storico, religioso, filosofico, artistico, metafisico, esoterico e mistico. L’Opera è densa, sublime e quasi ermetica in senso alessandrino. Ma lo sforzo di interpretazione che richiede si differenzia da quello di un testo religioso o scientifico in quanto il processo ermeneutico che implica è essenzialmente introspettivo; non attinge ad alcun dogma. Ecco un primo insegnamento: la ricerca alchemica o ermeneutica inizia con l’introspezione.

Marguerite da Yourcenar intrattiene relazioni più o meno intime con i suoi personaggi, che sono tutti indizi del suo stesso lavoro di introspezione. Alexis era il ritratto di una voce, diceva del suo primo personaggio, ovviamente ispirato da un timbro lontano. In questo modo, la scrittrice insiste sull’alterità di Alexis. Un’alterità interiore certamente, ma pur sempre un’alterità. “Conosco la storia di Adriano meglio di quella di mio padre”, ha detto dell’uomo che la portò alla gloria degli immortali. Adriano era oggetto di ricerca quanto il suo stesso padre, e il rapporto tra creatura e creatore era regolato su un asse verticale: padre/figlia, passato/presente, realtà/fantasia. La sua complicità con l’imperatore non è quindi mai assoluta, come se un rapporto gerarchico la condizionasse costantemente. Anche se in alcuni punti è simile, l’Opera al Nero sfugge a questi vincoli. “Zenone è come mio fratello”, dice di colui, quasi di carne e ossa, che abita la sua Opera più carnale e spirituale. Tutto indica che l’autrice e il medico alchimista hanno mantenuto una complicità favorevole ad un gemellaggio amichevole, se possibile.

Le pagine de L’Opera al Nero sono invernali, fredde e pallide; riflettono il pallore dell’epoca. Questa luminosità si differenzia immediatamente da quella delle Memorie di Adriano, i cui caldi riflessi dorati ci ricordano l’inizio dell’autunno. I versi del semidio emergono dall’inchiostro blu del mare come pepite di rame che annunciano il crepuscolo di un mondo. L’inverno del Medioevo ci congela immediatamente le retine con la sua luce grezza e gli occhi freddi di Zenone si mescolano all’oscurantismo del suo tempo. Una fitta nebbia mantiene i corpi e le menti in un chiaroscuro che non è mai innocente. Nei tempi moderni la lucidità è un rischio da correre.

Come spesso accade per i capolavori (L’Opera al Nero è stato classificato dal giornale Il Mondo Tutt’Intorno al 26° posto nella lista dei libri più grandi di tutti i tempi), l’impatto di una lettura sulla vita di un uomo non può essere previsto in anticipo e io stesso sono entrato in questo romanzo senza particolari aspettative. Colpito dallo stile delle Memorie di Adriano, le cui frasi sembravano fluire direttamente nella mia anima, decisi di saperne di più sul lavoro di da Yourcenar e cominciai la storia di Zenone con tranquillo entusiasmo. Devo però far notare che il mondo dell’alchimia non mi era estraneo, il che è forse un prerequisito prezioso. In tutto il romanzo emergono sottili allusioni ermetiche che esplodono qua e là in frasi apparentemente innocue. Non c’è spazio per i dubbi, da Yourcenar si è immersa nei misteri alessandrini, sebbene non ci sia dato seguire fino in fondo il viaggio di Zenone. Chi si aspetta di risolvere il segreto della vita eterna grazie all’Opera al Nero rimarrà deluso. Chi è alla ricerca della Pietra Filosofale può tornare alle sue provette e ai suoi alambicchi. Zenone non si abbandona mai apertamente all’eresia sotto la penna dell’autrice, come se, alla fine, la sua ricerca rimanesse segreta ai nostri occhi. Proprio come la scrittrice che nasconde la sua opera clandestina, Marguerite da Yourcenar ci dice che non è questo il punto.

Lasciate che la cosa importante sia nel vostro sguardo, non nella cosa guardata, ci dice. Oppure la bellezza sta negli occhi di chi guarda. Una cosa non si vede perché è visibile, è visibile perché si vede, secondo la saggezza antica. Il concetto non è nuovo e lo sguardo di Zenone ci dice di più sull’alchimia che sulle sue stesse scoperte. E il suo sguardo è soprattutto la sua vita.

In pratica, Zenone conduce una triplice esistenza: è un alchimista, un medico e un filosofo. Marguerite da Yourcenar ha scelto questo trittico per riassumere la sua professione e lo fa esattamente in quest’ordine. Potrebbe essere che questa frase riecheggi un tratto della sua opera precedente,  in cui evocava la triplice dimensione di un’esistenza. L’ho trovato per caso nelle Memorie di Adriano e questo è ciò che dice la scrittrice:

«Il grafico di una vita umana non consiste, checché se ne dica, di una orizzontale e due perpendicolari, ma piuttosto di tre linee sinuose, tese all’infinito, che si avvicinano e si allontanano continuamente: ciò che un uomo credeva di essere, ciò che voleva essere, e ciò che era».

È possibile che Zenone credesse di essere un alchimista, che volesse fare il medico e che fosse un filosofo?

Se non intendiamo il termine “credere” nel senso di un malinteso, ma piuttosto nel senso di un atto di fede, possiamo concludere che Zenone ha fatto dell’alchimia una ricerca in cui ha sempre creduto. E il sincretismo di questa convinzione con la sua volontà quotidiana di medico ha dato vita a un filosofo. È in questa singolare specie di fede ideale, unita a un realismo quasi morboso, che si trova la fonte della saggia filosofia che egli ha fatto sua. Zenone si caratterizza sia per il suo idealismo rabbioso che per il suo violento realismo.

Allora, qual è questa credenza? Che cos’è questa singolare fede?

Le idee di Zenone sembrano perfettamente contraddittorie e perfettamente equilibrate. Seguendo l’esempio dei suoi modelli contemporanei, il suo approccio si rivela profondamente transdisciplinare. Da un lato, tradisce la sua inclinazione per il dinamismo delle cose, per il movimento perpetuo, quel vitalismo che all’epoca era considerato sovversivo. Ma allo stesso tempo, come rivelano i suoi disegni di eliche e di aerei, si abbandonava a questa filosofia meccanicistica che, come dice da Yourcenar, doveva avere un futuro immediato. Si interessava anche all’ermetismo alessandrino, cioè allo studio di Ermete Trismegisto e alla Tavola di Smeraldo. Questa scienza suppone un Dio latente in tutte le cose. Questa immanenza della materia è il terreno su cui si costruisce l’alchimia; essa richiede la fede in uno spirito che abita nelle cose. È essa stessa un atto di fede. Ma d’altra parte, Zenone appare profondamente ateo. Un ateismo che non dice il suo nome ci dice da Yourcenar. E le contraddizioni non si fermano qui. La sua professione di medico gli impone un empirismo materialistico che lo fa partecipare alle dissezioni, allo studio delle feci cotte e fumanti, alla cura quotidiana dei malati e dei moribondi, ma allo stesso tempo si lascia trasportare dall’immaginazione quasi visionaria dei cabalisti che cercano nei numeri sacri i mezzi per ridurre l’entità del caso.

Insomma, Zenone cercava l’equilibrio tra corpo e mente, tra materia e idea, tra solido e liquido. Si era reso conto che è ai confini tra queste misure che si celano tutti i misteri, e pure ciò che alcuni chiamano l’anima.

In un sublime discorso, pronunciato durante il suo processo, il filosofo ci trasmette la sua visione dell’alchimia, o almeno la visione che ne aveva Marguerite da Yourcenar per bocca sua:

In un certo senso, tutto è magia: è magia la scienza delle erbe e dei metalli, che permettono al medico di influenzare la malattia e il malato; è magia la malattia stessa, che si impone al corpo come una possessione da cui il corpo a volte non vuole guarire; è magia il potere dei suoni alti o bassi, che agitano l’anima o al contrario la calmano; è magia soprattutto il potere virulento delle parole, che sono quasi sempre più forti delle cose. Il prestigio che circonda i principi e che emana dalle cerimonie ecclesiastiche è magico, e magici sono i ponteggi neri e i tamburi cupi delle esecuzioni che affascinano e terrorizzano gli spettatori ancora più delle vittime. Infine, c’è la magia dell’amore e dell’odio, che imprime nel nostro cervello l’immagine di un essere a cui permettiamo di perseguitarci.

L’intera esistenza di Zenone è riassunta in questo passaggio. È inutile approfondire questa singolare credenza. Zenone aveva semplicemente fede nella vita, con tutto ciò che contiene: contraddizioni, misteri e magia, equilibri e quantità. Forse questo è il vero significato della parola “alchimia”.

Liberamente adattato dall’ articolo pubblicato da Maxim M Blondovski per il blog Profondeur de Champs il 25 marzo 2013, con il titolo “L’alchimie dans l’Oeuvre au Noir de Marguerite Yourcenar, une interprétation”.

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