06 – Aliseo: Lettera III, Eskir di Ponente, Ultimi giorni dell’anno


Rena,

non preoccuparti. So che la neve ti stranisce, ma quella su Eskir è stata un’inedita e sottile pennellata di bianco. Nella Foresta la coltre si è attardata poco di più.

Il motivo del mio ritardo è piuttosto la ricerca dei nidi di vetro. O meglio, la conclusione che mi ha permesso di trarre. Dubito che siamo stati capaci di ritrovarli tutti e di certo alcuni sono andati distrutti, ma non c’è bisogno di chiudere un cerchio per riconoscerne la forma. Non parlo per metafore: tracciando una mappa come hai suggerito, è diventato evidente che la disposizione dei nidi non era casuale. Una circonferenza. La forma era così importante da spingere chi l’ha ideata a collocare i nidi in posizioni diverse. Uno in una tenuta di campagna, l’altro in una macchia di boscaglia, un altro ancora su un palo in mezzo al nulla. L’ha scoperto Lonora, parlando con alcuni cacciatori che erano soliti portare offerte al nido, per propiziarsi le prede. Ma non perdiamoci in dettagli ora.

Il cerchio mi ha spinto a chiedermi cosa ci fosse al centro. Di primo acchito la risposta è stata deludente: un ammasso disordinato di alberi. La testardaggine, però, non è sempre un male. Mi sono inoltrato tra le fronde e ho riconosciuto alberi da frutto, seminascosti dai rampicanti. Impalcature di legno. Reti sfondate. Lonora ha convocato i suoi cacciatori e ci hanno confermato che, al centro della mappa dei nidi, sorgeva un roccolo. Un elaborata trappola per stormi d’uccelli, da attirare e intrappolare in una struttura semicircolare. Ho chiesto a Doctis di abbozzare un disegno di come doveva mostrarsi un tempo questo fazzoletto di terra.

Anche se non l’ho scritto, so che lo immagini già: incastrate nelle reti, sparse tra i rovi, c’erano piume di vetro. E qui torniamo alla domanda, in realtà tendenziosa, che ti ho posto all’inizio della nostra corrispondenza: è il movimento il principale sintomo della vita? Mi chiedi se ho creato qualcosa di recente e la risposta è no, prima il lavoro al Tempio e poi la ricerca hanno assorbito tutta la mia attenzione. Ma posso raccontarti che in passato ho dedicato un anno intero a realizzare un pappagallo di vetro, per uno dei più ricchi signori di Eskir, di cui non farò il nome. Ebbene, con abbastanza tempo e denaro a disposizione, io stesso ho realizzato un uccello capace di volare e cantare.

Ma pur considerandolo il mio capolavoro, quel pappagallo rimane un oggetto. Magnifico, come la caravella che sono sicuro conquisterai a Nova della Bora (eccellente scelta, ci sono segreti e lavorazioni che ho sempre sognato di carpire laggiù. Chiedi di Mastro Mizar, se non finirete a insultarvi per le strade al vostro incontro, sono certo che avrà molto da insegnarti. Se gli piacerai, metterà anche una buona parola per te quando servirà). Un oggetto, non qualcosa di vivo, lo capisci?

La civiltà di vetro, come abbiamo preso a chiamare il popolo che edificò il Tempio, aveva invece bisogno di trappolare per contenere i suoi uccelli di vetro. Questo mi dice che erano dotati di vita propria. Di libero arbitrio. È questa la magnificenza che ci proponiamo di restaurare e solo noi possiamo farlo. Perché solo noi ne comprendiamo la bellezza, che non ha nulla a che spartire con l’utilità, né tanto meno con il controllo. Inutile spiegarlo a una viaggiatrice del deserto: sono tutte cose che sai già.

Trova le tue ali, Rena. E se hai altre intuizioni come quelle della mappa, non esitare a condividerle.

La testardaggine dei pastori di Ostro non è sempre un bene e va sfidata di continuo.

Ora pensa a volare.

Aliseo

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