03 – Rena: Lettera 2, Pianure d’Opale, Ultimi soffi d’autunno


Caro Aliseo,

Il vento soffia gelido verso il Tempio e verso Eskir. Confido che porterà in fretta il piccione viaggiatore con questo messaggio. Forse sarei dovuta tornare a Maillesa, o infilarmi nella stazione di lungigrafo più vicina, ma… Sembrava più giusto affidare la mia risposta a un uccello. Rispettoso.

Forse hai ragione, non avrei dovuto strappare l’usignolo della sala azzurra alla sua casa. Forse è vero quello che dicono dei carovanieri, che conosciamo solo la strada e i mercati. Di una facciamo la nostra unica casa, negli altri ci fermiamo solo per avere qualcosa.

Mi chiedi di riflettere: è una cosa che non ho mai saputo fare. Il mio corpo e le mie mani scelgono una strada ben prima che lo faccia la mia testa, di solito. In fondo è così che sono finita alla tua porta.

Ma ci sono finita anche perché volevo cambiare. Quindi mi fermo, al riparo di un albero carico di frutta che il vento fa crescere a spalle curve. E rifletto.

È il movimento l’unico sintomo della vita? Cosa vive senza muoversi? Le fronde sopra la mia testa sono vive, e il loro moto è lento come le stagioni. A meno che non passi il vento a scuoterle. A meno che non arrivi uno stormo a farne un nido.

Sono centinaia. Li guardo da un po’ fare le loro evoluzioni nel cielo, passare di albero in albero alla ricerca dei frutti più dolci. Seguono il vento? La loro fame? O c’è qualcos’altro che li guida?

Non so molto di uccelli migratori, ma l’istinto mi dice di pensarli come nomadi. E come pensano i nomadi lo so bene. Seguono rotte tramandate sin dall’alba dei tempi, di voce in voce. Storie che gli dicono quale direzione prendere e quale nido andare a cercare in ogni momento.

Non ho dubbi che l’albero sopra la mia testa, dove il chiasso di voci d’uccello è quasi frastornante, sia il caravanserraglio di questo stormo da generazioni intere. Né che ve ne siano tutt’intorno alle pianure opaline.

Di nuovo le mie mani sono corse più avanti della mia testa. Mi ero promessa di riflettere e ho scritto di voli d’uccello! Ma c’è una ragione, te lo prometto. Vedi, guardo questo stormo scegliere la sua rotta e ripenso al tuo disegno di una casa d’uccello. Foderata di specchi, dici. Per un usignolo di vetro?

Perché costruire tante case per un uccello che non può volare?

Per rispetto. Perché ci viaggi il suo spirito, se lui è immobile. Perché qualcuno lo accompagni con devozione, di casa in casa, magari seguendo il corso del vento, o forse perché le ali le apriva davvero, un tempo.

Non te lo so dire. Immagino che gli studiosi abbiano scritto un sacco di righe in merito. Forse loro le risposte le hanno già trovate, forse me le saprai dare tu. Ma a dirti la verità c’è una cosa che vorrei chiederti più delle risposte, Maestro: una mappa di quelle case. Per me e per l’usignolo della sala azzurra. Forse è solo una fantasticheria, ma ho la sensazione che avrebbe qualcosa da svelarci sul loro mistero.

Quanto a me, non so ancora quale sarà la mia prossima tappa. Mastra De Kat è stata gentile, e ti porge i suoi saluti, ma guardando l’usignolo ha solo saputo dirmi che nessuno dei suoi minerali può produrre quel colore nel vetro. Chiedo a te, prima che i miei passi mi portino troppo lontano: dove dirigerli ora?

Rena

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